| Dai soci : Perché lo fai? La sfida tra uomo e montagna di “Everest” |
| Inviato da PManenti il 22/11/15 (2953 letture) |
 Everest, un film da vedere. Un film per chi ama la montagna, ma anche per chi non la conosce e non ne comprende i sentimenti. Poetico e avvincente, Everest non è un film banale, non può esserlo; racconta una delle più incredibili e drammatiche avventure sulla montagna più alta e affascinante del mondo, che nel 1996 coinvolse le spedizioni guidate da Rob Hall e Scott Fischer. Nel film s'intrecciano il fascino incontaminato e maestoso della natura e il vissuto dei vari personaggi, chiamati al giudizio inappellabile della grande montagna. Tutti possono trovarci parte di se stessi. La montagna è Moby Dick, la montagna è dio: un'enorme metafora di ghiaccio e furia, un baratro senza fine sotto i piedi dell'ambizione, della vanità, dell'irrefrenabile desiderio dell'uomo di affrontare e superare qualcosa o almeno se stesso, a costo di rischiare la propria vita pur di dimostrare di averne ancora una. Alla ricerca entusiasta e affannosa della grande bellezza che nessuno ha mai visto, sogno accecante nel bianco che annulla e a volte divora. Perché il problema non è arrivare in cima: è tornare indietro. «Perché lo fai? Perché è lì». Queste furono le parole di George Mallory, un alpinista inglese che mori nel tentativo di salire l’Everest ventinove anni prima di Edmund Hillary e dello sherpa Tenzing Norgay. Quindi perché scalare l’Everest? Perché è lì, appunto, si tratta di una sfida innata nell’uomo quella che muove i protagonisti del film. L’uomo, oggi come nelle civiltà passate, avverte nella montagna il fascino misterioso del sublime e delle più svariate forme di estasi. Profondamente radicate nell’uomo, ci sono motivazioni antropologiche che hanno portato all’identificazione dei luoghi sacri: la montagna, la sorgente, la grotta, la foresta, sono così diventate sedi privilegiate del sacro. La montagna e la spiritualità ad essa legata ha da sempre assunto moltissimi significati nella storia delle idee e delle credenze. In tutte le religioni, la montagna è il simbolo della trascendenza che è immaginata sempre in alto. Così i monti, con le loro vette che si innalzano nel cielo, spesso nascoste dalle nubi che le rendono misteriose, diventano il simbolo del divino. Si pensi alla Ziqqurrat mesopotamica, all’Olimpo dei greci, al Sion ebraico, al Potala tibetano, al Fujiyama giapponese, alla Montagna Bianca dei Celti e così via. La montagna con la sua natura spesso incontaminata diventa luogo preferito per il colloquio con l’eterno, per cui l’uomo, salendo, è portato alla meditazione e alla riflessione spirituale. Quindi il monte può significare ascesi, distacco dal materiale e simboleggiare la tensione dell’uomo verso la divinità che abita i cieli. E’ per questo che tradizioni religiose di tutte le culture e di tutti tempi, alimentate da una inesauribile fantasia, hanno conferito a tante montagne un senso e un valore sacro, spazio di un possibile legame tra cielo e terra. Nella Bibbia la montagna è luogo della presenza di Dio, quindi della bellezza, del silenzio meditativo, della perfezione e della prova. Si fa così simbolo dell’elevazione dell’uomo. E poi il clima: così mutevole, bizzarro e imprevedibile. Il vento che come brezza accarezza ogni cima, all’improvviso può diventare violento e rabbioso, aggredendo e spazzando via ogni cosa. Il sole che scioglie inesorabilmente il ghiacciaio, riducendolo goccia a goccia in ruscello, in un attimo lascia il posto al buio pauroso di un temporale che scroscia terribile e porta a valle quanto è instabile. E quando la neve avvolge in un riposo cosmico la valli e le vette, e quando la sera dolce allunga le ombre degli alberi, e la notte viene a dare riposo al creato, l’uomo è costretto a dare a questi valori fisici valenza metafisica. Normale quindi che nel tentativo di spiegare questa massa confusa di elementi naturali, percepiti come strani e incomprensibili fenomeni, li abbia trasformati in racconti, miti, leggende. Nel film Everest, il regista islandese Baltasar Kormàkur mette in chiaro il messaggio di fondo: le spedizioni commerciali sono pericolose e inopportune. Lo si vede nella scarsa preparazione degli alpinisti, nell’assurdità di voler raggiungere a tutti costi la vetta. Ma il film non da allo spettatore soltanto questo messaggio. Nello scorrere della pellicola lo spettatore può comprendere il perché l’uomo esplora le montagne, le sale a volte in condizioni ambientali e climatiche estreme sino al rischio della vita. L’uomo nell’ascendere lascia il peso della materialità, della monotonia, della quotidianità, ne prova struggente desiderio, ne assapora l’insopprimibile bisogno. E’ lassù sul monte che si sperimenta la contemplazione, anche tra fatica e sofferenza, che permette di uscire da sé per conoscere l’Altro. Il film è finito, le luci della sala si riaccendono, dentro e fuori lo schermo si rincorre sempre la stessa domanda: «Perché lo fai? Perché è li».
Paolo Manenti
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| Dalla sezione : Giornata Internazionale delle Montagne |
| Inviato da CAIAlmese il 21/11/15 (2426 letture) |
 11 dicembre: La Giornata Internazionale delle Montagne ( IMD -International Mountain Day)
L’11 dicembre è il giorno in cui celebriamo le montagne e le persone che vivono in montagna. L’11 dicembre per noi è un giorno speciale in cui cogliamo l’occasione per ringraziare tutti coloro i quali aiutano a mantenere la montagna un territorio forte, sano e abitabile. L’11 dicembre si celebra in tutto il mondo la ”Giornata internazionale della montagna“ (International Mountain Day, IMD). A seguito del grande successo dell’anno internazionale delle montagne del 2002, l’assemblea generale delle Nazioni Unite decise di istituire permanentemente questa giornata, invitando la comunità internazionale a organizzare eventi a tutti i livelli per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza delle aree montane per la vita sulla terra e per lo sviluppo sostenibile. Le montagne, che coprono un quarto della superficie terrestre e ospitano il 12% della popolazione mondiale, sono tra gli habitat più minacciati: deforestazione, sfruttamento indiscriminato del territorio, alti tassi di emigrazione, attività minerarie e turismo spesso mal gestiti e dannosi per l’ecosistema. Nonostante le popolazioni montane siano quelle che a livello globale meno contribuiscono alle emissioni di gas serra, sono paradossalmente tra quelle che più risentono degli effetti negativi del cambiamento climatico con lo scioglimento dei ghiacciai e l’arretramento del permafrost, mentre inondazioni, frane e valanghe diventano sempre più frequenti. Le montagne sono i più grandi serbatoi idrici e riforniscono d’acqua l’intero pianeta. Oltre il 50% della popolazione mondiale dipende dall’acqua fornita dal territorio montano per bere, per cucinare, per irrigare, per la produzione di energia elettrica, per l’industria. Ma appare ormai evidente che questa situazione non durerà all’infinito. Le montagne si spopolano e molti sono costretti a migrare verso le città perché le opportunità diventano sempre più scarse. L’aver trascurato questi habitat non ha soltanto avuto ripercussioni sulle comunità che vi abitano, ma sta avendo ricadute negative su ogni abitante del pianeta. Dal 2003 questa giornata vuole ricordare l’importanza delle montagne per la qualità della vita, e promuovere alleanze per contribuire a migliorare gli ambienti montani in tutto il mondo.
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| Dalla sezione : ROCCA SELLA - Manutenzione Via MIKE |
| Inviato da CAIAlmese il 05/11/15 (1896 letture) |
 Tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre 2015 il CAI Almese ha provveduto ad una necessaria opera di pulitura, tracciatura e parziale chiodatura della via “MIKE”, sulle pendici sud di Rocca Sella. La via ora risulta più fruibile, di facile individuazione (senza modifiche del tracciato e segnatura originari) e con alcuni punti di assicurazione in più che non alterano il carattere voluto dall’apritore. I futuri fruitori dovranno dunque continuare a considerarla un itinerario, seppur semplice, sempre alpinistico, non protetto in stile falesistico, caratterizzato da crestini aerei e muretti, dove è necessaria la giusta dimestichezza ed esperienza, in continuità con le altre vie più difficili della zona. Se la via viene affrontata per lunghezze di corda è consigliabile legarsi a 40m , utili anelli di cordini / fettucce per sostare e assicurarsi sulle numerose piante e spuntoni, alcune fessure si prestano all’uso di nut piccoli e medi, almeno 5 rinvii oltre alla classica dotazione alpinistica.
La via fu realizzata ad opera dell’indimenticabile Luigi Bosio, agli inizi degli anni ’90, dedicata all’amico alpinista Michele (Mike) Gariglio, classe 1904.
Un ringraziamento ai soci CAI Almese che hanno collaborato per il lavoro di pulitura, Nadia per le informazioni sul tracciato e notizie storiche, Gabriele D. e Piero per il materiale, Gabriele C. per sopralluogo e le foto.



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