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Dai soci : In ricordo di Stefano Raimondo
Inviato da PManenti il 05/09/09 (21588 letture)
Dai soci

Nel 1994, da Milano, mi trasferii in Valsusa per essere vicino alla mia fidanzata di Almese.
Andai ad abitare a Rubiana, nella stessa casa dove abita Vittorio Girodo. Era luglio, Vittorio mi disse “ti và di fare una passeggiata in montagna?”, gli risposi “va bene, dove mi porti?” ed egli aggiunse “ti porto al Civrari”. E così, era un sabato di chissà quale giorno, andammo al Civrari. Partenza da Niquidetto, Punta della Croce, Punta Imperatoria ed infine la Torretta del Prete.
Nella mia vita avevo sempre vissuto in pianura, la montagna non sapevo cosa fosse, passai una giornata straordinaria che si concluse con una merenda alla Stella Alpina di Favella, sempre insieme a Vittorio.
La domenica scesi ad Almese, pranzo dai futuri suoceri. Nel pomeriggio conobbi Stefano Raimondo, passava tutti i giorni da via Moncurto a passeggio con il suo cane. Stefano era molto amico di mio suocero, me lo presentò e parlammo a lungo. Gli raccontai della gita al Civrari, delle emozioni che provai. Stefano mi ascoltò, poi mi raccontò anch’egli di montagna, delle sue passioni e di quando, con alcuni amici, costituì in Almese una sottosezione del Club Alpino Italiano.
Passarono alcune settimane e lo rividi, mi invitò nella sede CAI di Almese e, quando fui là, mi disse “vuoi diventare socio del CAI?”, gli risposi “certo, sono venuto per questo!”. Ricordo che il segretario era Claudio Ferraudo, il presidente Marco Frigerio. Cominciai a frequentare la montagna, escursioni sempre più impegnative, in due anni calpestai tulle le montagne della Valsusa. Quando Stefano passava con il suo cane da via Moncurto lo aggiornavo sulle mie gite, erano tutte montagne che conosceva. Nel 1996, nella sede CAI di Almese trovai una locandina della scuola “Carlo Giorda”, organizzavano il primo corso di scialpinismo. Non sapevo nulla dello scialpinismo ma mi iscrissi lo stesso. Scoprii la montagna nella sua veste invernale e l’anno successivo mi iscrissi anche al corso avanzato. Così cominciai a parlare con Stefano anche delle gite d’inverno, conosceva anche quelle. Intanto, mi sposai, nacque Marianna e poi Rachele. Appena nate, le iscrissi subito al CAI, sulla loro tessera c’è ancora la foto di quando erano nella culla in ospedale. Stefano, che purtroppo non aveva figli, ne fu lusingato, vedeva queste adesioni spontanee come i germogli di quanto aveva seminato nel raccogliere adesioni per la sottosezione di Almese.
Passarono gli anni dosando con equilibrio il tempo libero tra montagna e famiglia, forse non sempre riuscendoci, mia moglie ha quasi sempre tollerato. Purtroppo non ebbi mai l’occasione di fare delle gite con Stefano, ma ce le raccontavamo.
Due anni fa la salute di Stefano cominciò a peggiorare, i nostri incontri diventarono sempre più rari, lo vedevo qualche volta a messa, poi soltanto notizie dai conoscenti di Rivera. A metà agosto, di ritorno da una gita in bicicletta, passai davanti la sua casa, suonai il campanello. Sua moglie Anna mi aprì e mi invitò a salire. Salii le scale, entrai in soggiorno e rividi Stefano seduto vicino al suo tavolo, questa visita non se l’aspettava. Mi sedetti di fronte a lui, Anna ci lasciò soli. Stefano mi chiese “torni da una gita in bicicletta?, gli risposi “si, sono stato al Col Bione” poi aggiunse “bravo, fa bene andare in bicicletta, è un buon allenamento per lo scialpinismo”.
Stefano era li di fronte a me, la malattia gli aveva totalmente tolto il fisico, era debole ma viveva la sua condizione con grande dignità, la sua mente era sana come una volta, la parlata sempre brillante. Tornammo a conversare di montagna, era un fiume in piena, chissà da quanto non lo faceva. Mi raccontò degli amici con cui andava per monti, alcuni li conosco anch’io, di quella volta che si trovò in difficoltà sui Denti d’Ambin e poi di quella meravigliosa gita che fece al Truc Peyron, o Roc Peirous come lo chiamava lui, era primavera, mi disse “riuscii a scendere fino alle Grange della Valle senza togliere gli sci, che giornata straordinaria”. Mi ringraziò della visita e ci salutammo con un arrivederci a presto.
Passarono due settimane, venne il 30 agosto, uscii con la bicicletta e passai per via Tetti San Mauro. Quando fui davanti alla casa di Stefano, come tante altre volte, mi voltai per vedere se Stefano fosse sul balcone o nel giardino, non c’era. Alcune persone erano radunate davanti al cancello, capii che era successo qualcosa, mi dissero che Stefano non c’era più. Provai un grande dispiacere, ci eravamo visti pochi giorni prima, non immaginavo che potesse finire così in fretta. Proseguii il giro in bicicletta, mentre pedalavo, come in un film, ripercorsi tutti i minuti della mia ultima visita a Stefano.
Ora Stefano non c’è più ma ogni volta che passo da via Tetti San Mauro, d’istinto, continuo a voltarmi per vedere se lui è ancora lì, poi penso a quando passeggiava insieme al suo cane, a quando si fermava davanti al cancello della mia casa e ci raccontavamo delle emozioni di gite in montagna, così voglio ricordarlo.

Paolo Manenti

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